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Questa è la storia di Luca: padre presente, ma invisibile per decreto
Quando la legge parla di bigenitorialità, ma la realtà la nega: il racconto di un padre che ha perso tutto, tranne la voglia di esserci.
Questa è la storia di Luca, una storia vera anche se i nomi sono fittizi. La storia di un padre di un
bambino nato nel 2015, che da quasi dieci anni lotta in silenzio, spesso solo,
per difendere un diritto che dovrebbe essere ovvio: quello di essere padre.
Luca non era
sposato con la madre di suo figlio, Silvia, ma nei primi mesi di vita del
bambino ha fatto tutto quello che un genitore può fare: pannolini, latte, notti
in bianco, passeggiate al parco. Ogni giorno, anche solo per un’ora, c’era.
C’era davvero.
Ma da quando ha
detto basta a una relazione tossica, è iniziata una guerra. Non una guerra
dichiarata, ma una di quelle silenziose, logoranti, fatta di provocazioni,
denunce, silenzi istituzionali, e decisioni spesso incomprensibili prese da chi
dovrebbe tutelare i minori, ma finisce per separarli da uno dei due genitori
senza ascoltare davvero.
Il primo segnale
che qualcosa stava cambiando fu quando i carabinieri suggerirono a Luca di non
salire più a casa di Silvia. Da quel momento, gli scambi col bambino iniziarono
a svolgersi sull’uscio, come merci in consegna, con testimoni, occhi puntati, tensioni
a ogni incontro.
Con il tempo,
arrivarono le denunce. Luca non ha mai messo le mani addosso a nessuno, ma le
sue reazioni verbali a provocazioni continue — documentate anche con video
girati di nascosto — lo hanno portato in tribunale, dove ha affrontato processi
penali durati anni, terminati con una condanna per molestie e un risarcimento
alla madre del bambino.
Nel frattempo, la
vita del piccolo veniva gestita dai servizi sociali, che alternavano incontri
con entrambi i genitori e redigevano relazioni, mentre la conflittualità tra
Luca e Silvia restava alta. Sono stati fatti ben tre accertamenti tecnici, due
tentativi di coordinazione genitoriale, e nel 2019 la responsabilità
genitoriale fu sospesa a entrambi, con nomina di un tutore.
Dopo anni di
lotta, sembrava che qualcosa stesse cambiando. Nel 2022, la tutrice —
finalmente — riconosce che non ci sono problemi tra Luca e il figlio e amplia
il tempo di frequentazione, garantendo un tempo quasi paritario tra i genitori.
Luca è contento,
ma sa che nulla è davvero definitivo in questa battaglia. Continua a versare un
regolare assegno di mantenimento, senza però ricevere mai i farmaci per curare
il figlio, né informazioni sulle spese scolastiche o sanitarie. Scopre, solo nel
2023, che la madre non ha mai pagato la mensa scolastica per cinque anni, e
intanto lui non può detrarre nulla nel 730.
Nonostante decine
di mail, PEC, richieste di colloquio, nessuno lo ascolta. Un silenzio
assordante.
Il colpo più duro
arriva nel marzo 2025: un decreto provvisorio stravolge tutto. Dopo
un’audizione in cui il bambino, ora quasi decenne, dice di voler stare con la
madre “perché il papà lo rimprovera”, il Tribunale decide di ridurre da 50% del
tempo a sole 5 ore settimanali, in presenza di un educatore.
Un taglio netto.
Un decreto firmato in pochi giorni, ma che cancella dieci anni di presenza
quotidiana.
Luca è sgomento.
Gli stessi operatori sociali e la tutrice — che nel tempo avevano sostenuto la
bigenitorialità — dicono che non si aspettavano una decisione simile. Ma il
curatore speciale impone l’attuazione immediata.
Proprio nei mesi
in cui Luca può vedere il figlio solo sotto sorveglianza, entra in scena Marco,
il nuovo compagno di Silvia. Un uomo sconosciuto, mai valutato da nessuna
autorità, che il bambino definisce “lo zio con cui dorme nel lettone con
mamma”.
Marco compare
ovunque: lo accompagna a scuola, agli allenamenti, agli eventi, perfino in
incontri delicati tra il bambino e gli operatori dei servizi. Interviene nelle video chiamate tra il bambino ed il padre. Nessuno lo ferma.
Nessuno verifica chi sia. Nessuno pensa che forse, in un contesto così
delicato, non dovrebbe sostituirsi al padre.
Il paradosso è
lampante: Luca, il padre biologico e presente da sempre, può vedere il figlio
solo con un educatore. Marco, appena arrivato, dorme con lui.
Chi lavora con i
minori sa che la relazione con entrambi i genitori è fondamentale per la
crescita. Le linee guida più comuni parlano chiaramente dell’importanza di un
legame affettivo sano con madre e padre, e che l’allontanamento ingiustificato
da uno dei due può causare danni profondi. La legge italiana lo afferma
chiaramente: entrambi i genitori hanno pari diritti e doveri nei confronti del
figlio.
Eppure, nei
tribunali si assiste spesso a decisioni che privilegiano un solo genitore,
sulla base di racconti non sempre verificati, o del semplice desiderio del
minore, senza considerare se quel desiderio sia davvero libero o frutto di
pressioni ambientali.
Luca oggi è un
padre che aspetta. Ogni settimana conta le ore, e poi i minuti. Pochi, troppo
pochi. E mentre aspetta, combatte. Non contro la madre, ma contro un sistema
che ha dimenticato cosa significhi essere equi. E cosa significhi essere padre.
A chi legge
questa storia, diciamo: raccontatela. Perché nessun bambino dovrebbe perdere un
genitore per decreto. Perché ogni genitore ha il diritto di esserci. Ma
soprattutto, ogni figlio ha il diritto di essere amato, senza essere costretto
a scegliere.
In Italia, nove divorzi su dieci prevedono sulla carta l’affidamento congiunto, ma nella realtà solo uno su cinque si traduce in un reale coinvolgimento del padre nella vita quotidiana del figlio. La forma giuridica resta spesso un guscio vuoto: nella maggior parte dei casi, infatti, il minore continua a vivere stabilmente con la madre, mentre il padre diventa una figura marginale. Ancora oggi, nonostante i proclami, l’affidamento esclusivo alla madre viene disposto in una forchetta che oscilla tra il 67 e l’84 per cento delle decisioni giudiziarie, e l’ipotesi opposta — il padre affidatario unico — rimane un’eccezione quasi simbolica, ferma tra il 3 e il 6 per cento. A livello europeo, siamo tra gli ultimi per equilibrio genitoriale: solo tra il 5 e il 13 per cento dei figli italiani gode di un affido davvero paritario. E le conseguenze si sentono. Ci sono oltre 800.000 padri separati in difficoltà economica, molti dei quali vivono sotto la soglia della povertà, mentre più del 99 per cento dei figli continua a risiedere stabilmente con la madre. Numeri che raccontano, da soli, quanto sia lontana la realtà dalla teoria della bigenitorialità.
Inoltre, la separazione o
il divorzio è un passaggio complesso che può comportare conseguenze emotive,
relazionali ed economiche molto serie.
Chiedere aiuto è un atto di coraggio e lucidità. Il supporto psicologico, le reti familiari, i gruppi di ascolto e le risorse territoriali possono rappresentare un sostegno fondamentale. Nessuno dovrebbe affrontare da solo un dolore che può essere compreso, ascoltato e curato.
Questa e tante altre storie simili le racconto nel mio libro Lasciato (Lasciati) Indietro, pubblicato da Armando Editore. È un viaggio autobiografico dentro le contraddizioni della giustizia familiare, visto con gli occhi di un padre. Se questa vicenda ti ha toccato, ti invito a leggerlo. Perché dare voce a chi resta fuori è il primo passo per cambiare le cose.
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