Resilienza psicologica, il ruolo delle storie
Resilienza psicologica: come funziona davvero e perché la lettura può diventare parte attiva del percorso di cura e consapevolezza. Ne parliamo con la psicologa clinica Sonia Buscemi
È da qui che
nasce il dialogo con la dottoressa Sonia Buscemi
(buscemi.sonia@gmail.com), psicologa clinica e docente. Riceve come
libera professionista nel suo studio tra Fiumicino e Ponte Galeria (RM),
dove accompagna bambini, adolescenti e genitori nei loro percorsi di crescita e
consapevolezza.
Come reagisce
il cervello quando viviamo un’esperienza traumatica?
“Il cervello fa sempre il suo lavoro,” spiega la dottoressa Buscemi. “ Protegge. Riduce il dolore emotivo in situazioni traumatiche regolando le risposte allo stress , può attenuare ricordi o sensazioni per evitare il sovraccarico. Il problema nasce quando la mente legge questa protezione come un segnale di pericolo costante. Questo potrebbe accadere perché un meccanismo protettivo utile in passato potrebbe essere frainteso dalla mente nel presente.”
Molti pazienti
arrivano in terapia con un senso profondo di colpa, convinti di essere fragili
o incapaci di reagire.
“È una delle convinzioni più dolorose,” chiarisce. “In realtà non c’è nulla di rotto. C’è un cervello che ha imparato a funzionare così per difendersi. Il lavoro clinico consiste nel riconoscere la funzione protettiva del cervello, rivedere l’interpretazione mentale e aiutare la mente a distinguere tra pericolo reale e allarme appreso o automatico.”
Nel lavoro
clinico, la distinzione tra mente e cervello assume un significato concreto. Il
cervello reagisce in automatico, la mente è il livello del come la persona vive
e interpreta.
“La mente è il luogo da cui possiamo osservare ciò che accade dentro di noi,” spiega. “Il cervello reagisce, la mente può imparare a scegliere. Non subito, non senza fatica, ma può farlo.”
Allenare la mente
non significa controllare le emozioni o pensare positivo a tutti i costi.
Significa riconoscere i propri automatismi, dare un nome a ciò che si prova,
interrompere quel dialogo interno che spesso alimenta la sofferenza.
“La consapevolezza cambia il cervello,” sottolinea la dottoressa Buscemi. “Lo sappiamo dalla ricerca. Quando una persona impara a riconoscere le proprie emozioni, l’intensità dell’attivazione emotiva diminuisce e torna un senso di padronanza.”
In questo
percorso la resilienza non viene mai descritta come forza eroica o capacità di
resistere in silenzio.
“La resilienza non è stringere i denti,” afferma. “È avere strumenti. È sapere che si può cadere e rialzarsi in modo diverso. È un processo che si costruisce nel tempo, anche grazie alla relazione terapeutica.”
Accanto alla
terapia, anche le storie possono avere un ruolo importante nel percorso di
crescita e consapevolezza. La dottoressa Buscemi lo sottolinea con chiarezza.
Consiglia
spesso letture durante il percorso terapeutico?
“Spesso suggerisco ai miei pazienti di affiancare al percorso psicologico anche alcune letture. Libri che parlano di resilienza in modo autentico, senza dare lezioni. Lasciato indietro (Armando Editore), ad esempio, è uno di questi.”
Che tipo di effetto può avere una lettura su chi affronta un momento difficile?
“Agisce sia sulla mente che sul cervello, offrendo un’esperienza che riorganizza il modo in cui interpretiamo le difficoltà. Trasmette un senso di sicurezza: se qualcun altro ce l’ha fatta, allora non sono solo. Il cervello così impara nuove possibilità senza doverle vivere in prima persona. Inoltre, dà significato al dolore e alla fatica, trasformando la sofferenza da qualcosa di inutile a qualcosa che può avere un senso. Aiuta anche a rivedere l’immagine di sé: non solo fragile, ma capace di adattarsi. E infine, offre una speranza realistica, che non nega il problema ma aiuta ad affrontarlo.”
Quando una
storia riesce davvero ad aiutare?
“Le storie funzionano quando non spiegano cosa fare. Funzionano quando fanno sentire la persona vista. In questo senso la lettura può diventare parte del processo di resilienza.”
Il messaggio
finale è semplice, diretto, umano.
“Chiedere aiuto non è un fallimento,” conclude la dottoressa Buscemi. “È un atto di coraggio. Rivolgersi a un professionista significa scegliere di non restare prigionieri della propria sofferenza.”
Un invito che va
in una direzione chiara e condivisa: intraprendere un percorso psicologico con
una guida competente e, allo stesso tempo, concedersi il tempo di una lettura
che sappia accompagnare il cammino interiore. Perché la cura passa anche dalle
parole giuste, incontrate nel momento giusto.
Un ringraziamento
sentito va alla dottoressa Sonia Buscemi per la disponibilità
e la competenza. Per chi desidera contattarla, è possibile scrivere
all’indirizzo buscemi.sonia@gmail.com.
La dott.ssa Sonia
Buscemi riserva ai lettori del blog un gesto di attenzione dedicato: è
possibile rivolgersi a lei indicando il codice Talk10.
La sua
sensibilità accompagna ogni giorno le persone nei percorsi di cura e
consapevolezza, contribuendo a diffondere una cultura della salute psicologica
fondata su ascolto, rispetto e umanità.
L’invito è a continuare a seguirci per ulteriori approfondimenti, dialoghi e storie che parlano di resilienza, rinascita e possibilità concrete di cambiamento. Perché quando la mente riprende il timone, anche il viaggio più difficile può trovare una nuova rotta.



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