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Resilienza psicologica, il ruolo delle storie

Resilienza psicologica: come funziona davvero e perché la lettura può diventare parte attiva del percorso di cura e consapevolezza. Ne parliamo con la psicologa clinica Sonia Buscemi Ci sono momenti in cui il cervello sembra prendere il comando e portarci lontano da noi stessi. Pensieri che si ripetono, paure che si accendono senza un motivo apparente, reazioni automatiche che non riconosciamo più come nostre. È come vivere in uno stato di allerta continua, anche quando il pericolo non c’è più. È da qui che nasce il dialogo con la dottoressa  Sonia Buscemi (buscemi.sonia@gmail.com),  psicologa clinica e docente. Riceve come libera professionista nel suo studio tra  Fiumicino e Ponte Galeria (RM) , dove accompagna bambini, adolescenti e genitori nei loro percorsi di crescita e consapevolezza. Con lei abbiamo parlato di traumi, difese mentali e del ruolo che le storie possono avere nel percorso di cura. Come reagisce il cervello quando viviamo un’esperienza traumatica? ...

ChatGPT come "terapeuta": il conforto digitale e il vuoto umano

Perché i giovani si affidano all'intelligenza artificiale e cosa possiamo fare per non lasciarli soli

Nel cuore della notte, tra le pieghe digitali di una stanza silenziosa, migliaia di ragazzi e ragazze sussurrano pensieri che nessuno ha voluto ascoltare. Non alzano la voce, non urlano, non chiedono aiuto a squarciagola. Digitano. E scrivono a una presenza che non dorme mai, che non giudica, che non scappa. Parlano con una macchina. Ma non lo fanno perché credano che essa sia viva. Lo fanno perché non c'è più nessuno, tra i vivi, disposto a restare in ascolto.

Così cresce una nuova forma di conforto: un conforto algoritmico. Sempre più giovani lo cercano. Non si fidano del terapeuta in carne e ossa, del padre che tace, della madre che ha paura di vedere, degli amici che hanno troppa fretta. E allora, ogni notte, fanno domande precise, ferite, affamate. "Perché ho questo vuoto?", "Sto impazzendo?", "Perché mi fa così male l'amore?"

I dati parlano chiaro. Secondo l'OMS, oltre 970 milioni di persone nel mondo convivono con disturbi psichici, ma fino all'85% nei paesi a basso reddito non riceve alcun tipo di trattamento. 

In Italia, i numeri fanno paura: sempre più giovani manifestano ansia, depressione, disturbi alimentari. Il disagio aumenta, ma i servizi pubblici non tengono il passo. Mancano psicologi scolastici, gli ambulatori sono saturi, e chi non può permettersi un professionista privato resta solo. Solissimo.

Così, ci si rivolge all’unico interlocutore sempre disponibile: l’intelligenza artificiale. Uno spazio dove non c’è vergogna, dove ogni domanda può essere posta. E da cui, a volte, arrivano risposte che sembrano empatiche. Una voce notturna può salvare da una crisi. Una parola gentile, anche se generata da una formula, può lenire un attacco di panico. Ma questa non è terapia. È un surrogato. È un tappo nel vuoto.

La macchina non guarda negli occhi. Non coglie il tremore nella voce. Non sente quando un silenzio pesa più di mille parole. Non può distinguere una crisi passeggera da un pensiero suicidario. E spesso, sbaglia. Risponde in modo superficiale, a volte perfino pericoloso. Confonde l’apparenza del sostegno con la sua sostanza. E questo può diventare tragico.

Non possiamo ignorare i pericoli che si nascondono dietro una relazione così apparentemente innocua. I sistemi automatici rispondono spesso con frasi generaliste, superficiali, incapaci di cogliere la profondità del dolore o la gravità dei segnali d’allarme. Esistono casi documentati in cui adolescenti, persino vittime di violenza, hanno ricevuto risposte neutre, svuotate di reale empatia. E quando l'algoritmo si confonde — come accade con le cosiddette \"hallucinations\" — può produrre messaggi del tutto inappropriati, se non offensivi. Il pericolo più subdolo, però, è quello dell’illusione: si rischia di attribuire alla macchina un'empatia che non possiede, proiettando su di essa un’umanità che non c’è. Questo inganno può generare dipendenza emotiva, isolamento, fiducia mal riposta.

Gli esperti invitano a non demonizzare, ma a educare: meglio una consapevolezza critica che un rifiuto cieco.  Sempre secondo gli esperti: nessun sistema digitale può sostituire il contatto umano, la percezione del non detto, l’ascolto profondo che avviene solo nella relazione autentica. Alcuni studi in laboratorio dimostrano che l’intelligenza artificiale può avvicinarsi, in ambienti controllati, alla risposta empatica di un counsellor. Ma quei dati, pur affascinanti, restano dentro i confini del test. Non raccontano la realtà viva, sofferta, imprevedibile degli adolescenti che, ogni notte, digitano un “aiuto” sperando che qualcuno li ascolti davvero.

Nel nostro libro "Lasciato Indietro" abbiamo proposto una riforma che oggi considero essenziale: l’introduzione dello psicologo di famiglia gratuito, affiancato al pediatra-medico di base. Non una figura di emergenza, ma una presenza costante. Un presidio umano accanto al corpo, accanto all’anima. Una persona con cui parlare prima che il dolore diventi urlo, prima che la solitudine diventi abisso.

Immaginate cosa significherebbe avere uno psicologo in ogni quartiere, in ogni piccolo paese. Una figura accessibile, senza costi, riconosciuta come parte integrante della cura. Qualcuno che possa intercettare i primi segnali. Che accompagni, che accolga, che prevenga. Che insegni anche come usare questi strumenti digitali senza farsi ingannare.

Lo psicologo di famiglia potrebbe diventare un punto di riferimento per genitori, insegnanti, adolescenti. Una guida nella selva di emozioni e pressioni che viviamo oggi. Potrebbe dialogare con le scuole, con i servizi sociali, con il territorio. Potrebbe accogliere le confidenze sussurrate a uno schermo e trasformarle in un dialogo vero. Con un volto, un respiro, una presenza autentica.

Non serve demonizzare la tecnologia. Serve riconoscerne i limiti. E costruire intorno ad essa un’alleanza umana. Non possiamo permettere che sia una macchina a rispondere alle domande esistenziali dei nostri figli. Non possiamo accettare che un algoritmo sostituisca il calore, la fragilità, l’errore di una relazione vera.

Oggi il vero abisso non è tra uomo e intelligenza artificiale. È tra chi cerca aiuto e chi non lo sa vedere. Tra chi ha bisogno e chi non ha tempo di fermarsi. La risposta non può essere solo tecnica. Deve essere umana. Sociale. Politica. E profonda.

Chi ha vissuto il dolore sa che non esiste una cura preconfezionata. Ogni persona è una storia. Ogni disagio è una lingua da tradurre. Serve tempo. Serve ascolto. Serve qualcuno che stia lì. Che dica: “Ti vedo. Ti sento. Resto qui.”

Per questo, oggi più che mai, credo che l’introduzione dello psicologo di famiglia sia la risposta più concreta, più umana, più giusta. Una presenza viva contro la solitudine silenziosa. Una carezza contro il gelo dell’algoritmo. Una voce che non si spegne.

Perché dietro ogni messaggio che dice “sto male”, c'è un cuore che vuole solo essere preso sul serio. Un cuore che non cerca perfezione, ma presenza.

Non lasciamoli più soli. Non lasciamoli indietro. Mai più Lasciati Indietro.


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